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lunedì 30 maggio 2016

Così si aiutano i bimbi a dormire di più


Piuttosto che correre a prendere in braccio il piccolo che si sveglia di notte al primo lamento, è utile accorrere con qualche minuto di ritardo, per abituarlo a trovare conforto da solo

Occhiaie, sbadigli, nervosismo; anche questa volta il piccolo non ce l’ha fatta ad addormentarsi in fretta e a tenere chiusi gli occhio fino al mattino e il risultato lo si legge sui volti di mamma e papà. Non occorre però rassegnarsi ai soliti adagi del tipo «è ancora piccolo, i bimbi fanno così, quando sarà più grande la situazione migliorerà». Aiutare i bambini a dormire di più è possibile e non sembra essere neppure tanto complicato.
Gli anglosassoni lo chiamano “sleep training”, allenamento al sonno e consiste in alcune semplici strategie che i genitori possono mettere in atto per abituare quei figli che non ne vogliono sapere di fare sonni lunghi e ininterrotti. Due di queste, in particolare, sono state esaminate su Pediatrics da alcuni medici della Flinders University di Adelaide.
Una quarantina di bambini, con un’età compresa tra i sei e i 16 mesi e che presentavano difficoltà nel riposo notturno, sono stati divisi in tre gruppi. Uno è stato assegnato al cosiddetto “pianto controllato”, un approccio in cui il genitore non deve intervenire subito quando il piccolo si sveglia e piange durante la notte, ma accorrere da lui ogni volta con qualche minuto di ritardo, per abituarlo a trovare conforto da solo.
Con un altro gruppo di bambini invece, mamma e papà dovevano adottare una strategia un po’ più delicata: ritardare, di sera in sera, il momento della messa a letto di qualche minuto in modo da rendere l’addormentamento più rapido. I restanti piccoli, usati come controllo, venivano messi a letto dai genitori nel modo abituale, senza particolari accorgimenti.
Dopo tre mesi gli interventi di “sleep training” hanno mostrato di ridurre di 10-13 minuti il tempo che i bambini impiegavano per addormentarsi, risultato non riscontrato nel gruppo di controllo. In più, la strategia del “pianto controllato” contribuiva anche a diminuire gli episodi di risvegli notturni.
Buone notizie dunque per i genitori che ambiscono a ritrovare il conforto di notti più riposanti, ma per alcuni di loro può essere difficile e fonte di preoccupazione non precipitarsi subito a lenire il pianto notturno del proprio figlio. Eppure la cosa non avrebbe nessun inconveniente.
«Molti genitori si sentono in colpa nel lasciar piangere i bambini durante la notte e pensano di creare in lui chissà quale trauma, ma non è così; i piccoli hanno la capacità di tornare a dormire anche senza il loro intervento, riescono a superare bene questa prova senza alcuno strascico», spiega Michael Gradisar, psicologo clinico australiano.
Dopo un anno dall’inizio dello studio i ricercatori non hanno infatti rilevato nessuna differenza in termini di sviluppo emotivo e comportamentale tra i bambini sottoposti a “sleep training” e quelli considerati come controllo. Non solo, chi era stato allenato al sonno presentava anche livelli più bassi di cortisolo, l’ormone dello stress misurato nella saliva.
Mamme e papà possono dunque provare ad allenare i propri bambini a dormire meglio e più a lungo senza paura che questo ne intacchi la serenità e l’attaccamento nei loro confronti. «E il sonno lungo e ininterrotto dei figli non è solo positivo per il benessere dei genitori, i bambini si porteranno dietro queste sane abitudini anche negli anni futuri con tutti i vantaggi collegati a una buona qualità del riposo», conclude Gradisar.
Una volta raggiunta l’età di sei-nove mesi, l’80-90 per cento dei bambini dovrebbe riuscire a dormire più o meno tutta la notte senza disturbi. Per raggiungere tale obiettivo le tecniche di “sleep training” sono un suggerimento utile, insieme a quello di rendere l’ambiente del riposo il più confortevole e rassicurante possibile, di creare una routine che sia familiare al bambino e a quello di metterlo a letto quando è sì stanco, ma non ancora troppo da manifestare disagio con pianti convulsi ed eccessiva agitazione.
Ogni genitore sceglierà poi la combinazione di strategie più congeniali a lui e al proprio figlio. Se i pianti e le interruzioni notturne dovessero però persistere, i ricercatori suggeriscono di verificare con il pediatra l’eventuale presenza di altri disturbi che possono minare la qualità del riposo come ad esempio il reflusso cronico.


Cristina Gaviraghi,

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